carissime/i ben tornati dalle vacanze! eccovi un racconto che riprende quell'atmosfera - ah, che meraviglia starsene senza far niente di fronte al mare! - e che ho pubblicato, appunto quest'estate, su il mattino dal 24 agosto per sette giorni. la storia si ambienta a maratea, la perla del tirreno! buon divertimento.
L’ irresistibile potere dell’ametista
C’era qualcosa. Qualcosa che non andava nella sua vita. Già ma cosa? Guido s’era svegliato presto quella mattina, e ci stava pensando.
Aveva ereditato, da una vecchia zia, una casa in riva al mare e già questo è un privilegio dovunque, figurarsi a Maratea. Gran bel posto, intendiamoci, ma nella “Perla del Tirreno” si continua a vivere in macchina, anche in vacanza, a iniziare dal mattino per raggiungere la spiaggia per finire a tarda notte trasbordando i figli al porto, dove si dà convegno la più bella gioventù. Invece Guido possedeva questa comodissima, deliziosa casa proprio sulla spiaggia di Fiumicello e a due passi dal porto. Pure i ragazzi, a parte il numero - tre: un’ enormità in quest’epoca di figli unici - non davano pensieri. Erano bravi ragazzi e belli come la madre, Clara, sua unica moglie, anche lei un’eccezione in quest’epoca di doppi se non tripli matrimoni. Sarà perché Clara era la moglie ideale. Alta, formosa, quello che si definisce una bellezza giunonica o una gran gnocca, a seconda del vocabolario, e per di più senza grilli in testa, Clara aveva rinunciato, per tirar su i ragazzi, al suo lavoro trasformandosi nella più attenta delle casalinghe senza per questo sentirsi - come nel serial - “disperata”. Anzi.
Clara era quello che si dice infatti un’autentica regina del focolare. Ogni sera quando Guido tornava a casa stanco dai suoi scavi - faceva l’archeologo nella zona cumana - sapeva che oltre al suo abbraccio, c’era ad attenderlo una cena con i fiocchi - per non dire di quello che, e ormai a distanza di quasi trentenni di matrimonio, dopo combinavano a letto. Insomma poteva dirsi proprio il più felice degli uomini; eppure quella mattina, mentre dalla spiaggia già iniziavano a sentirsi le voci dei primi bagnanti, Guido si girava e si rigirava nel letto, in preda a un’ansia senza un perché.
Anche la sera prima alla festa della contessa tutto aveva funzionato alla perfezione. Lui era stato accolto con la familiarità che si dispensa a un vicino di casa nonché apprezzato studioso e Clara aveva, come al solito, rubato l’attenzione degli altri invitati. Essì, stava proprio bene col suo vestito da poco - ma sul suo corpo sontuoso ogni abito sembrava elegante - e la collana che avevano comprato quella mattina sulla spiaggia rifulgeva come il più prezioso dei gioielli.
Guido l’aveva scelta insieme a lei da uno dei soliti ambulanti. Mannò, in realtà, non era uno di quelli soliti. Shivkumar, come aveva detto si chiamava, era la prima volta che si vedeva lì, alle Pergole, e bastava un’occhiata per capire che i suoi monili non erano i soliti.
<Questei, maileidy is colana di ametistei>, aveva detto. <E’ pietra di qualità sensescional e in mio paesei… l’In-diaahhh> aveva pronunciato quella parola in un sussurro che sembrava l’armonica più sottile di un sitar <si credei essa infonda bietifull, il potere della bellezza e lei, maileidy, che è già così bella sarà irresistibilei. E più la terraà al collo più sarà irresistibilei>.
Guido e Clara avevamo sorriso. Eggià la magia delle pietre: le solite stronzate buone per gli scemi targati new age, ma poi Guido aveva detto: <Comunque, ti sta davvero bene cara. Prendiamola> e la sera, dalla contessa, i grani perfettamente lavorati dell’ametista brillavano al collo di Clara come un ponte sbrilluccicante sul solco profondo dei suoi grandi seni da cui gli uomini, presenti alla cena, sembravano non riuscire a distogliere lo sguardo.
Alla fine poi, non stava succedendo niente di così eccezionale. Clara, si sarà capito, riscuoteva sempre un suo successo e Guido di solito ne andava fiero. Ma adesso, mentre girandosi e rigirandosi nel letto ci stava ripensando, forse qualcosa di diverso c’era stato, quella sera.
Oltre al solito pubblico di notabili, amici ridanciani, qualche starlette, uquakche artista e intellettuale, quella sera, al suono dell’orchestra che irrorava l’etere di sofisticati standard americani, nel meraviglioso giardino da cui si godeva uno dei dieci-facciamo-trenta-più-begli-scenari del mondo, aveva fatto la sua fulgida apparizione una stella distaccatasi per l’occasione direttamente dal firmamento lì, in alto. Nick Taste, proprio lui, il bellissimo attore che faceva impazzire ogni donna sulla terra, era capitato per ricevere un premio al Maratea Film Festival, in quella altrimenti perfetta sera d’estate. E la cosa più incredibile di tutte era che aveva iniziato a fare il provolone proprio con Clara, la moglie di Guido.
Una fitta d’angoscia gli si piantò nello stomaco e lo costrinse a raggiungere il cesso. Saranno state le ostriche pensò, ma sapeva che le ostriche non c’entravano niente. Poi, come tutti i giorni, uscì a comprare i giornali e i cornetti ma al caffè Jolly, quasi stava svenendo quando se lo trovò davanti.
<Ehi Ghido> gli disse lui con un sorriso Nick Taste. <Bevi qualcosa?>
<No> ringhiò lui <son venuto per i cornetti.>
<Cornetti?>
<Sì, le briosches>
<Ah, le briosches… si chiamano corna?>
<No, cornetti… si chiamano cornetti?>
<E Clara?, dov’è la tua bella Clara?>
Gli rispose con un grugno: <Dorme con i nostri tre figli>.
<Dalle un abbraccio da parte di Nick Taste.>
Testa di cazzo! Pensò Guido agguantando con rabbia la busta dei cornetti e in quel momento seppe cos’è che esattamente iniziava a non andar bene nella sua vita.
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Tornò a casa con i cornetti. Clara era al telefono. Sentì che diceva: <Ma certo, grazie. Un bel giro in barca è quello che ci vuole. La spiaggia s’è fatta impraticabile, con tutta questa gente. Certo certo, è solo per questa settimana. D’altronde un posto che anche a Ferragosto è deserto non può che essere un posto che fa schifo e Maratea è … sissì, splendida, davvero. A più tardi allora>. E aveva riattaccato.
<Era la contessa>, aveva detto poi verso lo sguardo interrogativo di Guido , <ci ha invitati in barca.>
<E tu cosa lei hai detto?>
<E cosa dovevo dirle… è stata così gentile.>
<Ma i ragazzi?>
<I ragazzi i ragazzi… se ne andranno in spiaggia con i loro amici, come al solito.>
<E se avessero bisogno?>
<Ehi, ci sono i telefonini… e poi non è che andiamo alle Eolie: un giretto qui in torno. Non l’hai detto pure che in spiaggia questa settimana è impossibile?>
Effettivamente perfino la loro terrazza alle Pergole, per quella settimana, diventava un carnaio. Sì, lui e Clara a nuoto, in nemmeno cinque minuti, erano soli e lontani dal mondo come in nessun altro luogo al mondo a Ferragosto poteva succedere ma evidentemente lei non aveva più voglia di starsene sola con lui.
Affrontare con razionalità la situazione si disse lui. E accondiscese, che altro poteva fare?, sperando di non incontrare Taste sulla barca. Invece una volta al porto, eccolo lì.
<Ehi Ghido!> disse il divo ma scavalcandolo puntò subito il suo sguardo rapace su Clara. Guido ne ascoltò la voce sconosciuta di smorfiosa che trillava: <Ehilà Nick, che piacere rivederti!>: capito la stronza! La madre dei suoi figli, la sua moglie devota faceva la cretina con Nick Taste, il divo del momento, proprio come qualsiasi altra donna nel mondo avrebbe fatto.
A questo punto però successe un fatto strano. Nick subito dopo averla sbaciucchiata la lasciò per dedicarsi alle altre femmine della compagnia. Nell’ordine la modella milanese Sibilla Orsi, la scrittrice americana di best seller rosa-avventuroso-erotici Jane Akermann e Pamela Cash, l’artista famosa per le sue installazioni di letti sfatti dopo notti d’amore in compagnia di almeno tre partner a prescindere dal sesso, con la quale anche sulla barca - un elegantissimo motoryacht Franchini - Nick continuò a bere, a ridere, a flirtare.
Guido godette da pazzi nel leggere la delusione disegnarsi sullo sguardo della moglie, e ancor di più quando venne arpionato dalla Akermann.
<La contessa mi dice che sei è un archeologo: pensa io sto scrivendo un romanzo che ha per protagonista proprio un archeologo… me la daresti una consulenza?> gli fece, carezzandosi il flute ghiacciato su una guancia.
Guido in un’altra situazione avrebbe rifiutato quella evidente avance ma quando s’accorse che Clara stava guardando la scena rispose: <Dimmi dimmi pure… sono a tua completa disposizione.>
Più tardi a casa s’era poi ulteriormente divertito alla scena di gelosia che Clara gli aveva fatto.
<Era proprio il caso di far il cascamorto con quella gallina americana?>
<Ma cara> le aveva risposto sornione lui <ha voluto saper tutto del mio lavoro… è una scrittrice.>
<Sì, una scrittrice… La dea che risvegliava perfino i morti e Totem di carne. Questi sono i suoi “capolavori”: roba da ninfomani!>
<Be’, anche tu ieri sera non m’è sembrato che fossi indifferente a quella testa di cazzo di Taste>
<Ma come ti permetti! Tu sei pazzo e l’unica tua fortuna è che io sono pazza di te> ed era scoppiata a piangere.
Lui allora l’aveva abbracciata e amata e la pace era tornata.
Poi però il pomeriggio dopo, mentre Clara era dalla parrucchiera aveva ricevuto una telefonata di Jane e non aveva saputo resistere.
S’erano dati appuntamento al San Bacco in piazzetta del Gesù. Lì, il suo amico e anfitrione Angelo gli aveva fatto preparare da Strato, il giovane barman, due Negroni perfetti. E poi, mentre le raccontava del suo avventuroso lavoro di archeologo in zona cumana - era infatti un’ avventura riuscire a tornare a casa col traffico che c’era - a quei due primi Negroni, ne erano seguiti altri due, finché ancora non soddisfatti erano passati a dissetarsi del ben altro nettare dell’amore in una delle confortevoli toilette - quella con su scritto “per le affascinanti fanciulle”.
Più tardi Guido se ne stava a riposare sul divano ripensando a quello che gli aveva fatto la dea-che-risuscita-pure-i-morti. In effetti, questa Akermann, oltre che allo scritto era assai brava anche all’orale. Scoppiò a ridere ripensandoci ma sentì questo dolorino al petto. Aggiungendoci che era praticamente privo di forze, si chiese se sarebbe sopravvissuto all’esperienza visto che, proprio qualche giorno prima, aveva letto che la gran parte degli infarti arrivano dopo un’esperienza extraconiugale.
<Dai, per una volta, non sarebbe giusto!> si disse. Era infatti la prima volta in trentanni che tradiva la moglie. Ma l’altra voce, quella che fu di nostra madre o di nostro padre e che ad anni dalla loro dipartita continua ad affliggerci tutti, gli aveva prontamente fatto notare: <Eggià perché al mondo, è noto, mai cose ingiuste noh?>. Così chinò il capo contrito e promise a se stesso: se la scampo mai più nella vita.
Poi sentì tornare Clara, allegra e piena di vita. E fu in quel momento che il telefono squillò.
Era la contessa. Li invitava a cena da Za’ Mariuccia.
3
Che delizia le sere d’estate sulla terrazza di Za’ Mariuccia, lo zefiro che ti carezza il viso, i piatti gustosi, la buona musica diffusa al giusto volume - una vibrazione che si accorda col mormorio della gente che passeggia allegra o beve ai bar del porto. Insomma un’autentica goduria. Non fosse che Clara era capitata - capitata - (?) proprio di fronte a un Nick Taste più affascinante del solito nella sua giacca da yachtsman - e che Guido doveva tener a bada una Jane Akermann sbronza e sempre più insinuante. Non che a Guido dispiacesse - se Taste aveva il suo fascino, le attenzioni della scrittrice dimostravano che anche lui non era proprio un cesso - ma Clara lo aveva guardato storto e, indispettita, s’era fatta ancora - ancora ! - più vicina al divo americano e adesso gli si mostrava ancora - ! - più disponibile. E Taste? Nonostante avesse al fianco Pamela Cash che gli stava appiccicata come una cozza, senza con i suoi occhi ardesia e il corpo flessuoso esserlo per niente, una cozza - Nick pendeva dalle labbra di Clara. A un certo punto poi, le aveva preso una mano ed era ancora lì che gliela carezzava e Clara, la sua devota moglie Clara? Lasciava fare, la stronza!
Guido stava letteralmente impazzendo di gelosia tanto da lasciar cadere addirittura il tovagliolo per poi raccorglielo e dare un’occhiata a quello che succedeva sotto il lungo tavolo… e, in quell’intrico di gambe, quella foresta di stinchi, non ci avrebbe giurato ma gli era parso che quella testa di cazzo di Taste stesse tastando il terreno; insomma che stesse facendole piedino. Certo, non poteva esserne sicuro ma il semplice sospetto lo aveva ridotto uno straccio.
La serata era poi proseguita su uno dei grandi eleganti yacht attraccati nelle acque del porto, limpide come solo a Maratea possono esserlo, con un cambio speculare di prospettiva: adesso di fronte vedevano la terrazza, dove avevano appena cenato, e quel miracolo d’architettura spontanea che è il vecchio villaggio dei pescatori che nessun architetto avrebbe mai potuto disegnare. Quello che non era affatto cambiato era la disposizione di Nick Taste seduto sempre accanto a Clara ma, visto che si era in tanti, ben strizzato a lei su uno dei divanetti di morbida pelle. E non bastava. Infatti, anche lì, su quello scafo che profumava di lusso, danaro e privilegio, Clara, proprio come la sera a casa della contessa, aveva continuato a fare le sue vittime. L’armatore infatti, uno di quei ricchi eccentrici che ritirandosi dai loro floridi affari passano l’ esistenza dorata su barche da sogno veleggiando nei posti più affascinanti del mondo, aveva iniziato a corteggiarla palesemente. E lei? lei, la sua devota moglie Clara faceva la cretina perfino con lui, un signore come si sarà capito di una certa età. Altro che moglie devota!, questa gli stava diventando una Messalina, gli stava diventando.
Ma neanche le donne sfuggivano al suo fascino.
Ora, a parte la Pamela Cash che già dal titolo della sua installazione più famosa - Tracce di donne che amano gli uomini senza per questo disdegnar, dio non voglia!, la gnocca - non lasciava dubbi sulla sua sessualità onnivora e che, sentendosi ormai accantonata da Taste, aveva iniziato la sua danza di corteggiamento proprio con Clara; a parte lei, anche la moglie dell’armatore sembrava follemente attratta da Clara.
<Che bella donna sei… e lui sarebbe tuo marito, lui?> le aveva detto a un certo punto guardando con più di un’ombra di disprezzo il povero Guido ritenendolo, con ogni evidenza, non all’altezza. E giù un’altra bordata di complimenti: <Tre figli?, non ci posso credere… e puoi sfoggiare ancora una linea simile… e che bella questa collana…>
<Ametista. Comprata sulla spiaggia> aveva risposto Clara con un barlume della modestia d’ un tempo - un tempo? di appena tre giorni prima ma a Guido sembrava già un’eternità - o non si trattava che di una risposta dettata dalla sua recente vanità? come dicesse: sono così irreparabilmente irresistibile che sul mio meraviglioso seducente corpo ogni cosa brilla come il più esclusivo dei gioielli.
Strabiliata l’armatrice aveva proferito l’ennesimo: <Non ci posso credere… addosso a te sembra tutta un’altra cosa>.
Così Guido, quella sera, se ne era tornato nella sua casetta in riva al mare nonostante fosse ubriaco perso ancor più depresso - che può fare l’alcol contro certi dispiaceri? - e, ancora più depresso e con in più un terribile cerchio alla testa, la mattina dopo se n’era andato da solo alle Pergole.
In preda al suo umor nero aveva ricambiato a mala pena il saluto della prof di filosofia che forse avrebbe avuto una risposta filosofica ai suoi crucci, schivato i lettini dei suoi amici gourmet con i quali tra un bagno e l’altro recensiva i ristoranti del posto e del mondo intero, dribblato la anatomopatologa che gli avrebbe potuto indicare quale in quel momento era il suo organo più indifeso contro il terribile suo male - mal di corna! - e la bella signora canadese che gli parlava spesso della caccia all’alce - ora sentiva quegli animali troppo contigui per sopportarne il triste destino!
Ma si era invece avvicinato a Augusto Limone.
Se lo ricordava dai tempi dell’università a Napoli, quando da TeleCapri faceva gli oroscopi ai telespettatori promettendo, a tutti indistintamente - perfino ai malati terminali - un fulgido felice avvenire: era uomo di cuore, Limone!, chissà che non avrebbe potuto dirgli qualcosa. Non che credesse a quelle cazzate ma aveva bisogno di rassicurazione. Del resto che cosa c’è dietro la religione e la psiconalisi se non quello stesso identico, umanissimo bisogno?
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Augusto Limone non era cambiato per niente dai tempi in cui faceva gli oroscopi a TeleCapri; solo, adesso li faceva sulla spiaggia di Fiumicello a Maratea e sempre senza prender il becco d’ un quattrino. Del resto, i soldi non lo avevano mai interessato tanto che da giovane aveva osato sfidare il padre, astronomo di grido, il quale aveva minacciato di diseredarlo se non avesse abbandonato l’astrologia. Minaccia che era poi stata mantenuta finché il vecchio genitore, ormai sul letto di morte, non l’aveva chiamato con la scusa di perdonarlo ma in realtà, incredibilmente, per sapere dagli astri quanto avrebbe dovuto aspettare perché la sua amatissima seconda moglie non lo raggiungesse nell’aldilà.
Adesso Guido lo aveva di fronte al bar delle Pergole, basso, spalmato sui quattro lati di un corpo piallato, da cui spuntava, su un collo assai corto, una calva simpatica testa.
Limone lo fissava a sua volta dai suoi occhiali Cartier dalle lenti oscurate che erano andati di moda negli anni Sessanta e che, più d’ogni altra cosa, ne dichiaravano l’età, e gli stava dicendo:
<Che c’è Guido… qualcosa non va?>
<Non so, da qualche giorno Clara non è più lei.>
<Be’, l’immaginavo… ti ho visto che compravi quella collana. Ametista. Stavo per dirti di non farlo. Ma tu non mi avresti dato retta, noh?>
<Perché? Cos’ha che non va, l’ametista?>
<Dal punto di vista razionale occidentale niente. Altrove invece le si attribuiscono strani poteri.>
<Aumenta il potere di seduzione di chi la porta, sissì …> gli disse Guido con l’espressione di sufficienza che indossava sempre quando Limone gli parlava delle sue teorie astrali.
<Certo che non ti convinci neanche davanti all’evidenza… scusa ma da quand’è che Clara è cambiata?>
<Dalla sera a casa della contessa.>
<E cos’ aveva al collo quella sera la tua Clara… l’ametista, me lo ricordo perfettamente!>
Eggià! Già poteva essere solo una coincidenza ma il fatt’è che, ripensandoci, era pur vero che quando il giorno dopo la festa, sullo yacht della contessa, Clara non indossava la collana nessuno se l’era filata mentre lui aveva combinato con la Akermann. Be’, anche se gli sembrava tutta una stronzata Guido stava però pensando di correre a casa, trafugare di soppiatto il monile e tornarsene di nuovo spensierato sulla spiaggia, ma Limone, come gli leggesse nel pensiero, gli disse: <Ed è inutile che pensi di far sparire l’ametista. Ormai tua moglie, a furia di indossarla, deve essersi impregnata del suo potere… guarda> e si girò verso l’ingresso che in quel momento Clara aveva attraversato, ovviamente senza la collana al collo, con dietro un codazzo di uomini che la seguivano come i topi il pifferaio di Hamelin.
<Oddiodio> fece allora Guido in preda alla disperazione <e allora? Che facciamo allora?>.
<L’unica è cercare Shivkumar, è uno che deve saperla lunga quello.>
<Già e dove lo troviamo?>
Lo trovarono quello stesso pomeriggio, e non fu facile davvero, alla chiesetta della Madonna della Pietà.
Guido, vedendola così in alto, bianca ed esemplare nella semplicità delle sue linee, s’era tante volte chiesto come si facesse a raggiungerla. Adesso lo sapeva. Un’ora buona di marcia su un sentiero a strapiombo, da cui però godettero d’ un panorama mozzafiato su tutto il golfo di Policastro con il sole al tramonto sospeso sul Bulgheria, quel monte dal profilo talmente perfetto che sembra dipinto dal grande pittore romantico Caspar David Friedrich.
Una volta arrivati, entrando nella piccola chiesa, rimasero a fissare stupiti l’altare, i frammenti di affreschi, le nicchie scavate nella calce bianca dai contorni cilestrini finché, il sole era ormai calato, non ascoltarono uno strano sinistro borbottio. Shivkumar, essendo indiano, pensarono a una preghiera mantrica. Invece era semplicemente il fragore sordo che produceva russando. Stava dormendo infatti nella stanzetta ricavata al piano superiore - con tanto di caminetto e finestra panoramica, che si raggiungeva grazie a una scaletta di legno - sul giaciglio di solito occupato dall’eremita di Maratea, un asceta laziale che d’estate, essendo il luogo meta di turisti in vena di ascensioni mistiche, trovava più consono alla sua scelta di solitudine andarsene, per così dire, in vacanza sui monti ben più irraggiungibili della Sila.
Limone lo svegliò senza troppi complimenti per chiedergli a muso duro: <Che magia contengono le tue pietre? Dillo che tanto ti abbiamo scoperto e senza fare l’indiano?>
<Ma qua intiano e intiano che nfatti io so ciociaro de Coreno… so venuto cà ospito nel romitaggio di st’ amico mio de Latina e siccome so bene do dorme il lepre pe venne a bigiotteria mia, robba de qualità eh, me so nventanto sta trovata che so de l’Intia… macché mi dici mai che l’ametista tene veramente stu effetto? Be’, non ce posso crede… eeccerto che lu prumetto a tutte quante ma mai mai, lo giuro sopa lu paese mio amato, mai successe questo e n’ agge vendute veramente tande>.
<E allora?> chiese un sempre più depresso Guido sulla strada di ritorno mentre il mare, dopo il tramonto, s’era trasformato in una specie di specchio di purissimo cristallo.
Limone gli rispose serio: <Allora stanotte interrogo le stelle>. Ed era la stessa notte di fine agosto che avrebbe brillato della luce di altre e diverse stelle, accorse per la serata di gala al Maratea Film Festival.
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Quel giorno Guido se n’era andato a fare il bagno da solo nella caletta dove andava con Clara; la sua ex-devota moglie, ancora una volta, aveva preferito restarsene in spiaggia. Adesso se ne stava immerso, respirando l’aria che sapeva di resina, in quella polla trasparente che rifletteva il verde dei pini d’Aleppo abitati da scoiattoli dalle grandi code che saltellavano da un ramo all’altro, allegri e irreali come in un cartone di Walt Disney.
Nuotando superò: una ragazza con un costume bianco su un materassino nella stessa morbida posa della Paolina Bonaparte di Canova; un tizio con la faccia da sommelier che sembrava sospeso sulle acque prima di tuffarsi fischiettando dal suo scoglio affiorante; due gemelli dalle braghe rosso vermiglio che fissavano immobili l’orizzonte sulla spiaggetta; tre sub sculettanti come anatre nello stagno in quell’atmosfera soavemente giocosa che il mare dona agli umani, anche a quelli più seriosi.
Ancora qualche bracciata e Guido superò il piccolo promontorio dietro il quale scorse la fuga della miriade di isolotti verso la piramide perfetta di torre Caina con, in lontananza, l’ azzurra vastità dei monti calabri - una veduta che di solito strappava il nostro archeologo da qualsiasi ambascia terrena; non quel giorno. Anzi, proprio dietro quella punta di roccia che, ricoperta del vello dei pini, sembrava la zampa irsuta di un orso che infili la mano nell’acqua cercandovi qualcosa, Guido trovò, a sua volta, la più sgradevole delle sorprese. Marisella de Fonseca, amica di famiglia, conosciuta per l’arte del pettegolezzo in cui non aveva rivali come l’Eco del Vomero, parlava fitto col marito, ragionier Enrico, e per uno di quegli strani fenomeni acustici che si verificano sull’acqua, Guido ascoltò quello che i due, pur essendo lontanissimi, stavano dicendosi. E avrebbe voluto morire all’istante.
<Ti dico era lei, Clara, capito la santarellina, con Nick Taste… sissì, l’attore… e si baciavano dietro il San Bacco, subito dopo che lui ha preso il suo bel premio.>
Ecco dov’era finita Clara, la sera prima durante il gran galà del Maratea Film Festival.
Sul palco s’erano succeduti montatori, attori di doppiaggio, attori comici, tutti con le loro storie di passione per il cinema da raccontare, fino poi alle star vere e proprie. Nell’ordine questo attore, categoria “impegnati”, che divagando in tono profetico della missione del cinema a favore dei diseredati da come continuava a ravviarsi i capelli, troppo bianchi e argentei da suscitare il sospetto di una tintura non certo consona all’impegno conclamato, poteva inoltre indurre il dubbio che l’unica cosa che avesse veramente a cuore fosse invece il proprio smisurato ego e l’ugualmente consistente suo conto in banca.
Come poi apparve per tutti lampante quando, alla domanda su quale fosse il sogno della sua vita, gonfiandosi come un pavone e buttando indietro col solito gesto teatrale la sua criniera da prima donna, l’attore impegnato aveva risposto: <Sto per realizzarlo! Finalmente, dopo aver diretto all’inizio della mia, lasciatemelo dire, splendida carriera, il super-premiatissimo film impegnato “Rosso pummarò” girerò, e proprio nella superba France, “Rosso Chateau” tratto dal grande romanzo di Philipp Guascò> che poi era quel polpettone gotico grondante sangue, luoghi comuni e valanghe di euro in diritti d’autore che Guido s’era, a differenza di milioni di lettori nel mondo, rifiutato di leggere.
A seguire, dopo l’attore argento chiomato, c’era stata questa regista, annoverata tra i maestri del cinema patrio - anche se dare del “maestro” a una donna suona strano e non puoi certo chiamarla “maestra” - che con le sue arguzie aveva risvegliato l’attenzione del pubblico. Non certo quella di Clara. Guido la guardava di sottecchi, ogni tanto. Sembrava sopita in una specie di letargo da cui s’era risvegliata di colpo quando sul palco, con un salto atletico, era balzato Nick Taste che nel suo smoking, d’ordinanza per qualsiasi star americana, parve come si dice “overdressed” a Guido ma irresistibile per ognuna delle signore presenti e, più che a tutte, a Clara. Il povero Guido la sentì sospirare e fremere e agitarsi sulla sedia fin quando, dichiarato chiuso il galà s’era dileguata in direzione del San Bacco. Vado in bagno aveva detto.
C’era rimasta un bel po’ e adesso, ascoltando l’Eco del Vomero Marisella de Fonseca, Guido sapeva cosa aveva fatto.
<Incredibile! Baciare un altro a pochi metri dal marito! Ma ne sei sicura?> chiese il marito dell’Eco.
<Sì, sicurissima. Sai che su certe cose sono infallibile.>
<Povero cornutone!.>
Al povero cornutone allora non rimase che tornarsene a nuoto alle Pergole incerto tra il suicidio - ma chi avrebbe pensato poi ai tre figlioletti tenerelli? - all’omicidio d’onore - ma non era mica un sordido bruto! - e il più semplice divorzio. Nell’indecisione chiese a Biagio un Negroni - a quell’ora! - ed era già al secondo e questa volta nessuna Akermann lo avrebbe sollazzato - eccola la punizione per quello che aveva fatto! - quando vide arrivare Augusto Limone con un sorriso divertito sulle labbra.
Che ci avrà da ridere questo. Magari sta scritto pure nell’oroscopo che son becco, si disse.
Invece Augusto aveva letto qualcos’altro, come disse, agitando una copia del “Mattino” e, da come sorrideva, doveva trattarsi di una buona notizia.
<Guido ho capito tutto… e forse c’è un rimedio che non sia questo> gli disse, strappandogli di mano il Negroni.
6
Il giornale che Augusto Limone aveva in mano era il “Mattino” e, aprendolo alla pagina del racconto d’estate, gli lesse esattamente la sua storia: la storia che Guido stava vivendo in quei giorni. C’erano lui e Clara, con un altro nome ovviamente, mentre compravano la collana di ametista, la sera del party a casa della contessa e la gita sul suo yacht e l’avventura nella toilette del San Bacco con la Akermann, fino al bacio fatale tra la moglie e Nick Taste. Firmato Gaetano Cappelli.
<Io gli rompo le ossa a quello stronzo!> urlò Guido che aveva ascoltato tutta la lettura fremendo sulla sedia.
<Calmo Guido, stai calmo, sennò a uscirne con le ossa rotte sarai tu.>
<Ma ti rendi conto che questo mi sta sputtanando …>
<Chiediti piuttosto come fa a sapere di questa storia, e nei suoi particolari minimi?>
Già come faceva?
A ripensarci si ricordò che quella mattina, la mattina in cui lui e Clara avevano acquistato la collana di ametista, aveva visto Cappelli osservare la scena nel capannello che si era formato davanti al finto indiano, in realtà ciociaro di Coreno. Poi era sparito dall’orizzonte. Ascoltava solo - abitava nella villa accanto alla sua - la terribile musica che lasciava suonare ininterrottamente quando si metteva a scrivere. Anzi non aveva mai capito come facesse poi ascoltando una musica talmente pesante a partorire le sue commediole leggere. Essì, i suoi non erano certo quei libri che ti cambiano la vita, come aveva sentenziato un giorno con gli amici delle Pergole, senza accorgersi della sua vicinanza e lui, Cappelli, doveva averlo sentito visto che da allora lo salutava freddamente.
<Già, come fa a sapere tutti i particolari?> chiese Guido a Limone con adesso in più il sospetto di una vendetta letteraria che, a quanto se ne sa, sono tra le più tremende.
<Ma prima dimmi: tutto ciò che racconta è successo sul serio?>
<Sì> dichiarò abbassando il capo Guido.
<Compreso l’avventura con la scrittrice americana?>
<Sì.>
<E tu non l’hai raccontato a nessuno?>
<Ehi!, ma per chi mi hai preso?, il gentiluomo gode in silenzio.>
<Né nessuno ti ha visto?>
<Mannò.>
<Allora tutto quadra con la mia teoria.>
<E quale sarebbe?> fece sconfortato Guido: ora gli toccava sorbirsi pure le cazzate astrali di Augusto Limone che attaccò infatti a dirgli come in cielo s’era creata questa rarissima tripla congiunzione tra Urano, Nettuno e Plutone.
<Capita una volta ogni due trecento anni e con l’apporto di un contributo umano creativo che può essere per esempio quello inconsapevole di un artista, ma anche d’ un condottiero o uno scienziato, si produce ciò che potremmo definire un travaso tra il piano della fantasia e quello della realtà. Un esempio storico: Cristoforo Colombo sognò l’America proprio durante un’ altra di queste congiunzioni e grazie a questo, come dire, innesco cosmico la trovò sul serio. Così Cappelli, si parva licet, immagina tutto quello che poi ti succede.>
<Ne Limò, ma tu veramend ci cried a ste strunzate?> fece Guido rispolverando per l’occasione la sua parlata napoletana.
<Oh, io te l’ho detto. Poi decidi tu che fare. Però con lui, io ci parlerei… forse sei ancora in tempo a convincerlo a dare un nuovo corso alla faccenda. Fallo per la tua famiglia, i tuoi figli. Fallo per l’amore che ti lega a Clara…>
Già, Clara che fine aveva fatto Clara? Tornando dalla lunga nuotata non l’aveva vista al bar delle Pergole dove di solito a quell’ora stazionava con le amiche per un aperitivo prima di cena. Sarà a casa che prepara la cena pensò e il cuore gli si era gonfiato d’amore. Una sbandata capita a tutti si disse, e lui lo sapeva bene - ma si può sempre iniziare di nuovo. Avevano passato trentanni felici insieme dopotutto. Così s’era precipitato a casa per abbracciarla. Perdonarla.
C’era arrivato a piedi in un paio di minuti - che comodità impagabile quella loro deliziosa casetta - ma lei, Clara, non era neanche lì e avvicinandosi all’agenda dove annotavano messaggi e commissioni da fare, con la morte nel cuore, vi aveva letto questo poche righe: Guido sono a casa della contessa. Mi ha chiesto la cortesia di darle una mano a organizzare un surprise party al marito per domani. Ah, siamo invitati, è chiaro. Torno un po’ più tardi. Fai mangiare tu i ragazzi.
Li portò alla Fenice. Per fortuna non dovette rispondere a nessuna loro domanda. Anzi, in trance come al solito sui telefonini, quasi neanche s’accorsero che la mamma - <Quella grandissima put…> pensò Guido con una fitta allo stomaco - mancava. Ma pure lui era in trance. Mangiò cupamente la pizza, nonostante fosse buona come nelle migliori pizzerie di Napoli, con in mente la canzone degli anni da ragazzo nel vecchio albergo ischitano insieme ai genitori: “Comm’è triste sta pizza”. Poi i ragazzi se n’andarono dagli amici al porto e lui se ne tornò a casa. Li sentì rientrare intorno alle due ma di Clara ancora nessuna notizia. Aveva appena chiuso il cellulare dopo l’ennesimo tentativo di parlarle quando sul display apparve il messaggio di lei che lui lesse con la morte nel cuore:
“Scusa Guido ma ho bisogno di ritrovare me stessa” - che è poi la frase tipica delle donne che vanno a farsi scopare da qualcun altro. “Meglio che non mi cerchi. Inventati qualcosa con i ragazzi. Mi faccio viva io. Forse.”
Dopo una notte insonne Guido si precipitò a comprare “Il Mattino”. Appena lo ebbe fra le mani, come una furia cercò il racconto dell’estate: cazzo c’era già scritto tutto quanto! Il surprise party in preparazione dalla contessa, la pizza con i figli rintronati alla Fenice, il messaggio, parola per parola, di Clara: ma allora Augusto Limone aveva ragione!
Decise allora, in quel momento, che doveva assolutamente parlare con Gaetano Cappelli.
7
Quando Augusto Limone arrivò come al solito alle dieci per far colazione al caffè Jolly di Fiumicello, Guido era già praticamente sbronzo.
<Ma che fai amico mio? Così ti rovini>, gli disse.
<Ma io sono già rovinato… mia moglie m’ ha lasciato stanotte e sta già scritto sul “Mattino”.>
<Uè, ma allora tocca parlare al più presto con sto Cappelli> rispose lui, e si avviarono verso casa sua. Il figlio, affacciandosi dal muretto della villa, gli disse che se n’ era salito presto al Cristo, quella mattina. <A meditare> aggiunse con una risatina portando l’indice alla tempia. Ah, questi figli, nessun rispetto ormai per i genitori!
Così presero la macchina di Limone, una vecchia Mehari, ovviamente giallo limone e salirono verso quella meta celeste. Per chi non conosce Maratea diciamo che il suo Cristo è secondo in altezza solo a quello di Rio de Janeiro e posto su un monte che somiglia proprio al Pan di Zucchero. Arrivarci ogni volta è un’emozione. Ci si arrampica su degli altissimi tornanti sospesi nel vuoto. Sulla destra, un immenso costone di roccia, relitto di chissà quale tremendo cataclisma, si protende sull’abisso come un’onda cristallizzata; spaventoso ma anche aereo, richiama alla mente l’onda schiumante di Hokusai mentre, in tutto quel purissimo azzurro, par di salire direttamente tra le nuvole, in cielo.
E fu proprio al Cristo che Guido e Limone trovarono lo scrittore. Poggiato alla ciclopica statua fissava romanticamente l’orizzonte; in realtà stava solo dormendo come capirono dal salto che fece quando, avvicinandosi, lo chiamarono.
Sì, è vero, stavo dormendo, che c’è di strano? Quando non riesco ad andare avanti con la narrazione è il mio metodo. Mi cerco un bel posto e ci scazzo sopra un sonno. Immancabilmente la soluzione arriva. Come anche questa volta è arrivata.
Insomma questo Limone, un poveraccio che faceva gli oroscopi a TeleCapri, mi informa che il racconto che sto scrivendo per “Il Mattino” coincide alla lettera alla storia che sta vivendo Guido, il suo amico e mio vicino di casa, seduto imbriaco e alquanto disperato alla sua destra e che anzi, sarei io, scrivendo, a deciderne puntata dopo puntata il corso.
<No, Limò, non ci posso credere>, gli faccio.
<Eppure devi crederci… ma davvero ti sei immaginato tutto quanto?> mi chiede Guido risvegliandosi improvvisamente dalla sbronza.
<Totalmente... dal giorno che mi hanno chiesto di scriverlo sto chiuso in casa… anzi avevo detto pure di no…. poi, sulla spiaggia, ti ho visto insieme a tua moglie che compravate la collana di ametista ed è scattata l’idea.>
<Quindi quello è l’unico fatto reale a cui hai assistito?>
<Come debbo dirtelo: sì, è pura invenzione. Ma è successo tutto sul serio?, Anche la faccenda di te e la scrittrice americana al San Bacco?>
<Esattamente. Non solo. Tu precedi gli eventi. Lo so, è assurdo, ma sembra sia tu a decidre cosa deve o non deve succedere.>
<Dipende dalla rarissima tripla congiunzione tra Urano, Nettuno e Plutone…> interviene Augusto Limone.
<Vabbé Limò lasciamo sta’ ste spiegazioni astrali. Adesso il punto è un altro> gli fa Guido e poi mi si rivolge speranzoso: <Ma tu hai già deciso come va a finire il racconto? Cioè, lei lo lascia il marito?>.
<Eccome vuoi che vada a finire. Qual è la donna che corteggiata dal divo del momento resterebbe col marito?> gli rispondo io.
<Ennò Gaetà, questo tu non me lo puoi fa’. Tu mi rovini, me e la mia famiglia… e ai miei tre figlioletti non ci pensi?>
<Be’ scusami ma tu, detto senza offesa eh, sei proprio convinto che preferirebbero restarsene con te quando sull’altro piatto della bilancia ci sono Hollywood, la celebrità, il mito?>
<Effettivamente> mi ha risposto allora Guido con un sospiro sconfortato. <E a me non ci pensi, io sono disperato… e dopotutto siamo buoni vicini di casa.>
<Ma non eri tu che ti lamentavi che io non sono uno scrittore di libri che cambiano la vita… adesso, pensa, te la sto cambiando con un semplice racconto> gli ho detto togliendomi finalmente un sassolino che mi faceva male nella scarpa - anche se oggi di fatto indosso i miei sandali nepalesi.
<Hai ragione hai ragione, quella volta sono stato ingiusto con te… doppiamente ingiusto perché io un libro tuo non l’ho mai nemmeno letto. La verità è che io di libri non ne leggo proprio e quella frase l’ho detta solo per darmi un tono… però, guarda, ti giuro che se cambi la storia mi compro la tua opera omnia… che anzi la regalo a tutti i miei amici della Federtifosi.>
<Già e io però che scrivo… sai cosa sosteneva Tolstoj, conosci noh? “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”: perciò è solo su quelle che si possono scrivere i libri.>
<Ma questo non è un libro è la mia vita!> mi ha detto con le lacrime agli occhi Guido.
Be’, alla fine mi ha proprio impietosito e l’ho accontentato. Clara, la moglie fedifraga, dopo aver passato la notte con Nick Taste, se ne torna da lui ma non perché pentita. Semplicemente in quanto scopre che il bellissimo Nick Taste è gay e l’ha corteggiata solo per buttar fumo negli occhi. Poco credibile? Be’ non direi, visto che è stata messa in dubbio perfino la virilità di quel maschione di George Clooney. Solo che sulla strada verso casa, al bar San Bacco, sempre la Clara incontra uno scrittore del posto - che poi sarei io - e sente il bisogno di aprirsi con lui e chiedergli consiglio per quello che ha fatto. Ora il problema è che sempre per la famosa collana d’ametista anche lo scrittore si sente preso da lei e, prima d’accompagnarla dal marito, qualcosa tra i due, be’ sì, succede. Insomma io così ho scritto e spero proprio per Guido certo, ma anche perché questa Clara è in effetti un bel tocco, che questa strana congiunzione astrale funzioni sul serio, anche se l’altro e più grosso problema sarà convincere mia moglie, che non ha ancora finito di leggermi sul giornale e già sbuffa minacciosa, che si tratta solo d’ un racconto. Dura la vita dello scrittore!

